Venezia, 21 lug. (askanews) – Non è facile tradurre in parole le sensazioni che si provano assistendo allo spettacolo “Five Days in the Sun”, che il coreografo Emanuel Gat ha portato in prima italiana alla Biennale Danza di Venezia. Un lavoro di grande potenza visiva e compositiva, sulle note della Sinfonia N.5 di Mahler, che restituisce l’esperienza di una vera opera d’arte ricca di rimandi e suggestioni, a partire dal quella di una luce arancione che ci parla del nostro futuro e di un tempo circolare.
“Quello che mi piace fare – ha spiegato Gat ad askanews – non è illustrare la musica, io voglio creare un dialogo con la musica. E questa musica ha una personalità molto forte e per questo anche la coreografia la deve avere: tutta l’opera riguarda il modo in cui questo dialogo si manifesta”.
Si parte da un impianto classico, nei corpi e nei costumi, poi a poco a poco la contemporaneità si fa spazio, i dodici danzatori prendono caratteristiche individuali, il tempo procede fino a esplodere in momenti collettivi che sono meraviglia presente e che ricordano, per esempio, la fotografia di Thomas Struth o le opere video di Bill Viola. Creando anche un ponte relazionale tra il palco e la platea del Teatro Malibran.
Così come importante è il processo di crescita, astratto, ma indiscutibile, che lo spettacolo offre a ogni corpo sul palco. La critica parla di trasformazione e catarsi, ma forse basta limitarsi a notare la pervicace volontà di essere umani in questo nostro tempo e in questo spazio della danza. Il che potrebbe portarci a cedere alla speranza di una qualche forma di etica che possa andare oltre il solo ambito culturale. “Io spero che l’arte possa portare a un cambiamento – ha concluso Emanuel Gat – ma non sono sicuro che succeda”.
Quello che succede realmente è “Five Days in the Sun”, con la sua forza di rivelazione interiore e la sua indiscutibile seppur nebbiosa potenza, non solo coreutica. (Leonardo Merlini)