Almasri arrestato in Libia, spiegazioni governo non convincono opposizioni – askanews.it

Almasri arrestato in Libia, spiegazioni governo non convincono opposizioni

Tutte le tappe di una vicenda ancora da chiarire
Nov 8, 2025

Roma, 8 nov. (askanews) – L’arresto in Libia di Almasri riapre la “ferita” che il governo aveva tentato di chiudere. E torna il rischio di un avvitamento su una vicenda i cui contorni devono ancora essere chiariti.

L’ex comandante della milizia Radaa è stato arrestato a Tripoli lo scorso 5 novembre con accuse pesantissime: la tortura di detenuti nel carcere-lager di Mitiga (di cui era comandante) e la morte di uno di loro in seguito alle violenze. Secondo l’Ufficio del procuratore, almeno dieci persone sarebbero state sottoposte a tortura o trattamenti crudeli e degradanti da Almasri. Sostanzialmente sono gli stessi addebiti che aveva formulato la Corte penale internazionale nell’ordine di cattura emesso il 18 gennaio scorso. Il giorno successivo Almasri era stato arrestato dalla polizia italiana a Torino e trasferito nel carcere delle Vallette, dove era rimasto due giorni prima di essere scarcerato, espulso perché “pericoloso” e riportato in Libia su un volo di Stato, accolto dai festeggiamenti dei suoi uomini.

Il fatto era stato denunciato subito dalle opposizioni, che avevano chiesto il motivo per cui il governo avesse deciso di non dar seguito alla richiesta della Cpi. Nel tempo le risposte dell’esecutivo sono state diverse: inizialmente erano stati evidenziati “vizi di forma” nel provvedimento della Cpi, poi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, autorità delegata alla sicurezza, aveva aggiunto che alla base della decisione c’era anche il timore di possibili ritorsioni che avrebbero potuto subire le persone italiane in Libia, nel caso in cui il generale fosse rimasto in prigione o consegnato alla CPI.

Dopo l’arresto, Palazzo Chigi ha diffuso un testo – con la formula di “fonti” – in cui rende noto che “l’esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri già dal 20 gennaio 2025” quando il Ministero degli Esteri aveva ricevuto “pressoché contestualmente” con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Corte Penale Internazionale de L’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica. “Questo dato – proseguono le stesse fonti – ha costituito una delle fondamentali ragioni per le quali il Governo italiano ha giustificato alla CPI la mancata consegna di Almasri e la sua immediata espulsione proprio verso la Libia”. E’ quindi “singolare” – secondo il governo – “che questo elemento, obiettivo e pubblico, rappresenti una assoluta novità per tanti esponenti delle opposizioni”. Opposizioni secondo cui, però, con la sua nota il governo “si arrampica sugli specchi”. In effetti Roma aveva comunicato sia alla Cpi che al Tribunale dei Ministri l’esistenza di un mandato libico. I giudici del Tribunale italiano, però, rilevano che la richiesta di estradizione da Tripoli “era pervenuta il 21 al Ministero degli Esteri e solo il 22 gennaio a quello della Giustizia. In più, dai documenti acquisiti presso l’Aise, risulta che la traduzione in lingua italiana della richiesta di estradizione era stata effettuata, a cura della stessa Ambasciata italiana a Tripoli, in orario compreso tra le ore 18:28 e le ore 20:02 del 21 gennaio”. Ovvero quando il generale era già stato riaccompagnato in Libia. Comunque sia, il mandato della Cpi sarebbe stato prevalente su quello libico.

Sicuramente l’arresto di Almasri non è – come sostenuto dalle opposizioni – una “lezione” di diritto all’Italia: la Libia non si è improvvisamente risvegliata patria dei diritti umani. Esso rivela la lotta per il potere che si è svolta e si sta svolgendo in quelle terre. La Forza Radaa era nata come milizia di opposizione a Gheddafi, dopo la guerra civile era stata “assorbita” dalle forze regolari ma aveva mantenuto il controllo di infrastrutture strategiche come aeroporti e carceri. Un po’ uno Stato nello Stato, contro cui l’attuale premier Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh ha avviato un’azione di contrasto che sta risultando vittoriosa. Per questo Palazzo Chigi, nella sua nota “off”, sottolinea che “proprio questo contesto di ridotta autonomia della Forza Rada ha reso oggi il fermo di Almasri non solo materialmente possibile, ma anche funzionale a obiettivi interni del Governo di Unità Nazionale libico”. E’ dunque in corso un rimescolamento dei poteri, in un Paese in cui è sempre più forte l’influenza della Turchia.

Sul piano giudiziario, in Italia, dopo il rilascio la Procura di Roma aveva aperto un fascicolo a seguito di un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti in cui si ipotizzavano i reati di favoreggiamento e peculato. Nel registro degli indagati erano stati iscritti la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello dell’Interno Matteo Piantedosi. L’indagine era poi passata al Tribunale dei ministri che il 4 agosto aveva disposto l’archiviazione per la premier, mentre per i ministri ed il sottosegretario era stata chiesta l’autorizzazione a procedere al Parlamento. Autorizzazione negata a maggioranza dalla Giunta della Camera lo scorso 9 ottobre. Resta però in piedi – e preoccupa – il procedimento a carico di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, indagata per false informazioni rese ai pm. Bartolozzi, in teoria, non può godere dell’immunità ma la maggioranza sta cercando di far applicare anche a lei la norma che prevede la richiesta di autorizzazione perché il supposto reato sarebbe stato commesso “in concorso” con esponenti del governo. In settimana la Giunta ha approvato a maggioranza un parere favorevole alla sollevazione del conflitto di attribuzione da parte della Camera nei confronti della procura di Roma e del tribunale dei ministri. Il parere, approvato a maggioranza con i voti del centrodestra, viene trasmesso all’ufficio di presidenza che deciderà se procedere o meno al conflitto tra poteri dello Stato davanti alla Consulta. Quindi la decisione finale spetterà all’aula.

La Cpi da parte sua valuta un deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte (ASP) o al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché “non ha rispettato i propri obblighi internazionali”: il 31 ottobre è scaduto il termine entro il quale il governo era stato chiamato a inviare una memoria sul caso. Intanto anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si sta occupando della vicenda, dichiarando ammissibile e registrando formalmente il ricorso presentato da un migrante vittima di tortura durante la sua detenzione illegale in Libia.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli