Roma, 25 ott. (askanews) – “Dopo il Consiglio informale di Copenaghen avevo detto che oggi sarebbe stato il momento delle decisioni e ce l’abbiamo fatta, su tutti i fronti”. Antonio Costa si è presentato in conferenza stampa dopo il Consiglio europeo del 23 ottobre aprendo così, con toni trionfalistici, il proprio intervento. La realtà è diversa: se l’Ue ha approvato, superando le difficoltà, il diciannovesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, per una volta in coordinamento con gli Stati Uniti, sul tema più atteso e controverso – l’eventuale uso degli asset russi congelati per finanziare il nuovo prestito all’Ucraina – la decisione è stata di non decidere.
Certo è che il tema è complicato: in ballo c’è l’uso di quasi 200 miliardi di euro congelati con difficoltà legali notevoli e altrettanto grandi rischi, soprattutto per il Belgio che tramite la finanziaria Euroclear detiene il 90% dei beni russi in questione. E’ dunque comprensibile che il primo ministro Bart De Wever chieda come garanzia la “mutualizzazione integrale dei rischi” altrimenti, in caso di sconfitta in un eventuale contenzioso, il Belgio potrebbe essere costretto a ripagare quei fondi, circa 180-185 miliardi di euro, oltre un quarto del suo Pil annuo. Un rischio non campato in aria, visto anche che esiste ed è in vigore un accordo bilaterale russo-belga di protezione degli investimenti (che rende possibile un arbitrato internazionale) e che ci sono già, per questo, cause pendenti su Euroclear. La società finanzaria belga ha a sua volta degli asset in Russia – in misura molto minore, circa un decimo – che potrebbero essere “ostaggio” in una battaglia legale. Peraltro la garanzia che chiede il Belgio dovrebbe essere estesa anche nel tempo, ben oltre i 2-3 anni che dovrebbero servire per l’erogazione dei finanziamenti all’Ucraina.
Se passerà la proposta, fortemente sponsorizzata dal governo tedesco, di utilizzare gli asset russi, sebbene indirettamente, con un complicato meccanismo che formalemente eviterebbe la confisca, “saremo sepolti da contenziosi, che paiono una certezza” ha detto De Wever durante la sua conferenza stampa dopo il Consiglio europeo. “Non credo che la Russia prenderà questa cosa in modo carino. La Russia ci ha detto che, se tocchiamo i soldi, ne sentiremo le conseguenze per l’eternità, che mi pare un tempo piuttosto lungo. Prenderanno delle contromisure che possono assumere la forma di contro-confische di denaro occidentale congelato nelle banche in Russia, confische di società di proprietà occidentale, società europee, tribunali russi che prendono decisioni sulle confische e che, forse, rendono queste decisioni valide anche in altre giurisdizioni amichevoli con la Russia”.
Con la mutualizzazione dei rischi, il prestito all’Ucraina basato sugli asset congelati sarebbe garantito in concorso da tutti gli Stati dell’Unione europea ma non solo. L’altro 10% degli asset è infatti detenuto – in parti molto più piccole – da Svizzera, Regno Unito, Francia, Germania, Usa, Giappone. La Commissione vorrebbe coinvolgere tutti, anche tramite G7, nel sistema di garanzie. Anche se diviso, il rischio spaventa comunque un po’ tutti gli Stati, compresa l’Italia, che hanno chiesto rassicurazioni sull’inattaccabilità della misura. Rassicurazioni che però, almeno al momento, nessuno può dare al 100%.
Ancora a metà del pomeriggio del 23, fonti della Commissione si dicevano “fiduciose” che sarebbe stato affidato una “mandato politico” all’Esecutivo di Bruxelles per elaborare la proposta di piattaforma legale per l’utilizzo degli asset. Poi però, nel giro di poche ore, è andata a finire in modo diverso: al termine di un confronto che ha coinvolto anche la presidente della Bce Christine Lagarde e il presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe, la proposta di usare gli asset congelati è sostanzialmente sparita dalla dichiarazione finale, approvata a 26, senza l’Ungheria di Viktor Orban. “Il Consiglio europeo – si legge nel paragrafo 8 delle conclusioni – si impegna a far fronte alle urgenti esigenze finanziarie dell’Ucraina per il periodo 2026-2027, anche per i suoi sforzi militari e di difesa”, e in quest’ottica, “invita la Commissione a presentare, il più presto possibile, opzioni di sostegno finanziario basate su una valutazione delle esigenze di finanziamento dell’Ucraina e invita la Commissione e il Consiglio a proseguire i lavori”, in modo da poter “tornare sulla questione nella sua prossima riunione”.
Se si confronta questo paragrafo delle conclusioni con l’ultima versione del testo prima della discussione tra i Ventisette, la differenza è flagrante. “Il Consiglio europeo – si leggeva nella bozza – invita pertanto la Commissione a presentare quanto prima (…) proposte concrete che prevedano l’eventuale utilizzo graduale delle disponibilità liquide associate ai beni russi immobilizzati, in conformità con il diritto dell’Ue e internazionale (…). Tale utilizzo dovrebbe essere sostenuto da un’adeguata solidarietà e condivisione dei rischi da parte dell’Ue”. Per quanto riguarda gli asset congelati, nel documento si ribadisce solo che “nel rispetto del diritto dell’Ue, i beni della Russia dovrebbero rimanere immobilizzati finché la Russia non cesserà la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina e non la risarcirà per i danni causati dalla sua guerra”.
A prevalere, dunque, sono stati i dubbi degli Stati membri; ma dalla formulazione delle conclusioni e soprattutto dalla conferenza stampa al termine del Consiglio europeo sembra emergere anche una diversità di vedute tra von der Leyen e Costa: se per la prima l’uso degli asset congelati è la soluzione da perseguire, per il secondo viene derubricata a una delle diverse opzioni da mettere sul tavolo per prendere una decisione (forse) al Consiglio di dicembre. Sia von der Leyen che Costa, nel corso dell’incontro con i giornalisti, sono stati invitati a chiarire se ci sia un ‘piano B’ rispetto all’uso dei beni congelati e le risposte hanno confermato quest’impressione. Per la tedesca nella discussione con il leader è stato “molto chiaro” che, “se si considerano le opzioni, si tratta di come utilizzare i beni immobilizzati”. Poi “potenzialmente ci sono sempre altre opzioni” ma “l’attenzione si concentra sui beni immobilizzati, e qui si esaminano diverse opzioni”. Del resto – ha aggiunto – “non posso che sottolineare che il presidente della Banca centrale europea e il presidente dell’Eurogruppo sono stati entrambi molto chiari nell’affermare che ci sono elementi da affrontare ma che possono essere affrontati”. Il portoghese è apparso, invece, decisamente più aperto: “Come politico so che ci sono sempre alternative: la politica consiste nel prendere la decisione migliore. E per questo, dobbiamo confrontare i pro e i contro. Penso che la Commissione abbia trovato una soluzione molto intelligente e innovativa, ma ovviamente come tutte le altre soluzioni, ha i suoi pro e contro. E ciò che un organo responsabile come il Consiglio europeo deve fare è chiedere alternative, confrontarle, ed è per questo che chiediamo alla Commissione di presentare una proposta che il Consiglio dovrà analizzare per prendere una decisione definitiva a dicembre”.
Parole, quelle di Costa, che sembrano dare non per scontata la soluzione sull’utilizzo degli asset congelati. Del resto, nonostante sia il primo sponsor di questa opzione, lo stesso cancelliere tedesco Friedrich Merz, dopo il Consiglio europeo ha ammesso in modo abbastanza soprendente che se fosse De Wever direbbe “le stesse cose”. Non sarebbe il caso, a questo punto, per garantire il prestito all’Ucraina, di ipotizzare il ricorso a forme di debito comune europeo, un meccanismo che sarebbe certamente più semplice e meno rischioso? “Tutto si può fare – chiosa una fonte diplomatica – serve la volontà politica”. Ma si sa che per Berlino e altri frugali l’espressione “debito comune” è un tabù. Anche a costo di scegliere strumenti più complessi e pericolosi.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
Tra 27 revalgono dubbi su utilizzo asset russi per prestito a Ucraina
Scompare menzione esplicita da conclusioni (a 26) del Consiglio europeo. Commissione dovrà presentare “opzioni”







